Gismonda: un manifesto leggendario

Un simbolo dell’Art Nouveau

Il manifesto pubblicitario di questo mese è avvolto da un’aura leggendaria e senza dubbio ha contribuito all’affermazione di quel movimento artistico noto come Art Nouveau.

Siamo a Parigi negli ultimi anni del XIX secolo, quelli dell’affichomanie per capirci: il manifesto commerciale si è già affermato come strumento di promozione ed in alcuni casi già come opera d’arte.

Un’arte accessibile a tutti, ideale agli occhi di un giovane pittore, Alphonse Mucha, consapevole delle potenzialità del mezzo per far conoscere il proprio stile. L’artista boemo collabora infatti fin dal 1889 come illustratore per alcune riviste. Ma è grazie ad un manifesto pubblicitario che la sua carriera prende finalmente la strada del successo e della notorietà.

La leggenda

È il giorno di Santo Stefano del 1894 e siamo nella tipografia di Alfred Lemercier che annovera Sarah Bernhardt, diva del teatro, tra i suoi clienti più prestigiosi. Il tipografo sta discutendo con Mucha quando arriva una richiesta urgentissima dall’attrice: entro il 1° gennaio 1895 il manifesto del melodramma Gismonda dovrà comparire su tutti i muri di Parigi. La prima è infatti prevista al Théâtre de la Renaissance all’inizio del nuovo anno.

Lemercier però non può contare su nessuno dei suoi illustratori poiché in quel momento, con le feste di Natale di mezzo, nessuno avrebbe voluto lavorare. Eppure la fortuna sorride a entrambi poiché il giovane artista boemo, affascinato dalla storia dell’eroina bizantina, raccoglie subito con entusiasmo la sfida di creare un manifesto pubblicitario tanto importante in così poco tempo.

L’analisi di Gismonda

Cosa rende il manifesto Gismonda così interessante?

 

Manifesto Gismonda Sarah Bernhardt. Théatre de La Renaissance
Gismonda. Sarah Bernhardt. Théatre de La Renaissance – Alphonse Mucha 1894 – Source Gallica BNF https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b9016308s?rk=214593;2

 

La figura femminile è posta al centro della composizione, sotto ad un arco in stile romano che, insieme al carattere tipografico impiegato nei testi, contribuisce immediatamente a dare all’osservatore il contesto spazio-temporale.

La voce d’oro (soprannome della Bernhardt) è qui ritratta in abiti neo-bizantini riccamente decorati con motivi floreali e regali.

Si capisce che si tratta di una figura nobile. La rappresentazione di un mosaico nella decorazione di sfondo e le tinte ocra, oro e marroni contribuiscono ad aggiungere maestosità alla composizione.

La diva è adesso più che mai messa su un piedistallo e diventa irraggiungibile per l’osservatore.

A mio parere è interessante osservare come Mucha, seguendo le proprie convinzioni umaniste, realizzi un’opera dove l’intento promozionale è davvero secondario nella sua idea di rappresentazione che pure colpisce immediatamente: non si può non rimanere colpiti dall’aristocratica bellezza di Gismonda. Nell’osservatore si scatena l’ammirazione per i dettagli decorativi del manifesto che lo porterà poi probabilmente a ricordarsi di andare a vedere proprio quell’opera teatrale.

Secondo Mucha è infatti proprio la femminilità intesa come portatrice di valori umani positivi che, inserendosi tramite l’arte in un mondo sempre più industrializzato e ingiusto, è in grado di dare una via d’uscita felice ad un’umanità sempre meno umana.

Negli anni successivi, l’artista boemo proseguì la creazione di manifesti per la Bernhardt e per altri clienti, restando fedele al proprio stile e soprattutto alla rappresentazione della figura femminile, ideale di bellezza da ricoprire di fiori delicati e tessuti preziosi.

Se vi interessa vedere dal vivo alcune opere di Alphonse Mucha, vi consiglio due mostre visitabili fino a gennaio 2019, una a Parigi e una a Bologna.

Buona vita e…al prossimo manifesto 🙂

 

 

 

 

 

 

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