L’affichomanie ovvero la nascita del collezionista di manifesti pubblicitari

L’Affichomanie

Se oggi possiamo visitare mostre ed eventi culturali dedicati al manifesto pubblicitario oppure arricchire i nostri account Instagram, Pinterest e le nostre librerie, lo dobbiamo in buona parte grazie alla passione dei collezionisti come Ferdinando Salce e Gustave Dutailly.

Fernando Salce con i suoi manifesti Credits: Il Popolo Veneto https://bit.ly/2O14es9

Già alla fine del XIX secolo, in una Parigi già coperta da molti manifesti commerciali, il giornalista e scrittore Octave Uzanne creò il termine perfetto che riunirà da lì in poi tutti i collezionisti e la loro vorace passione: affichomanie

Nascita e sviluppo di una passione non effimera

L’interesse per il manifesto pubblicitario crebbe infatti soprattutto dopo l’invenzione della cromolitografia e grazie al contributo creativo di Jules Chéret che elevò il manifesto ad oggetto d’arte.

Diversi imprenditori tra cui investirono moltissimo a partire dagli anni ‘80  del XIX secolo, per convincere i migliori artisti dell’epoca a donare la loro creatività alla pubblicità. Le anonime pareti di Parigi cominciarono allora a coprirsi di colori, figure sinuose e ammalianti, messaggi commerciali accattivanti e decorazioni floreali.

Eugène Atget – Afficheur dans la Rue de l’abbaye Saint Germain des Près, 1898 – Credits: http://parismuseescollections.paris.fr

Quasi contemporaneamente quelle stesse pareti divennero un luogo di vita in cui si incollava di giorno e si scollava di notte, non sempre per mano degli attacchini. La vita notturna della capitale francese non era solo fatta di teatri, cabaret e soubrettes ma anche di affamati collezionisti. Di manifesti pubblicitari, s’intende.

Il collezionista di manifesti pubblicitari: vorace e disposto a tutto

I collezionisti di allora erano appartenenti alla media e alta borghesia francese e non era raro trovarli durante la notte intenti a contrattare con un attacchino per avere una copia del manifesto che avrebbe dovuto appendere alla parete.

Il collezionista però tentava anche di avere il manifesto pubblicitario in anteprima, oppure chiedeva direttamente all’artista di apporre un autografo sul manifesto.

Ben presto tipografi ed artisti iniziarono a lucrare grazie ad un movimento di collezionisti sempre più vasto. Molte tipografie arrivarono a vendere delle tirature limitate di manifesti pubblicitari.  Non mancarono episodi di truffa e interventi della polizia contro stampe fraudolente.

Nel contempo nacquero anche librerie dedicate esclusivamente alla vendita di manifesti pubblicitari. È ancora Octave Uzanne a descriverci uno di questi nuovi mercanti d’arte:

È sulla riva sinistra, in uno stretto negozio frequentato da lungo tempo dagli iconofili innamorati delle stampe moderne, al numero 18 di rue Guénégaud, con un uomo vivace e attivo, un’intelligenza veemente e una rara sicurezza di gusto: M. Edmond Sagot, che la passione degli armadietti illustrati ha trovato il suo quartier generale o piuttosto il suo centro di interesse … Sagot è diventato l’uomo dei poster della libreria.

Edmont Sagot è dunque uno dei primi librai (e forse il più famoso) a specializzarsi nel commercio dei manifesti pubblicitari. Per lui come per gli altri, la ricerca dei manifesti diventa non solo questione di intuito ma anche di tempo. Collezionare i manifesti divenne talmente popolare nella Parigi di inizio Novecento, che i manifesti firmati ed in buono stato divennero quasi impossibili da trovare. Sagot riuscì già nel 1891 a mettere insieme un catalogo di più di 2300 manifesti.

La stampa specializzata

Sagot non fu solo un libraio che rivendeva manifesti pubblicitari ma provò pure a crearne alcuni a tiratura limitatissima che poi inseriva in pubblicazioni ad hoc. Nacquero così alcune riviste specializzate quali L’Estampe et l’affiche.

L’estampe et l’affiche -1898, copertina – Source gallica.bnf.fr / BnF

La fine di una moda

Al culmine del successo artistico, il manifesto pubblicitario divenne talmente comune sulle pareti di molte grandi città che smise di suscitare l’interesse di una parte importante dei collezionisti d’arte.  L’efficacia commerciale del manifesto spinse infatti medie e grandi aziende a ricorrere sempre più spesso a questo supporto per le loro campagne promozionali. Naturalmente non fu la fine di un amore ma piuttosto la fine di una moda.

Oggi credo si debba riconoscere ai collezionisti, protagonisti assoluti del fenomeno affichomanie, il merito di aver conservato le prime testimonianze di un’industria, quella pubblicitaria, allora fragile ma già affascinante proprio come un manifesto pubblicitario.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.